Un altro considerevole cambiamento avviene quando il caro fratello Warnie deve partire per andare a studiare lontano da casa, in Inghilterra. Questo lascia Jack in una solitudine crescente che lo porta a sfruttare il tempo per leggere di tutto. Comincia anche a scrivere, cosa che egli dice di fare per compensare una sua certa incapacità di fare lavoretti pratici con le mani. È nato infatti con una piccola malformazione alle dita: egli ha solo una falange ai pollici, e questo gli rende difficile ogni lavoro manuale.[1]
Possiede grande creatività, ma ben presto scopre la sua più spiccata capacità di creare l’immagine di un qualcosa, ad esempio di un castello, descrivendolo nell’ambito di una storia, piuttosto che rappresentandolo con un disegno. Ottiene quindi per se stesso l’uso di uno degli attici della casa e lì pone penne, calamai e tutto il materiale necessario per scrivere.[2] Anni più tardi, in The magician’s nephew, un libro de Le cronache di Narnia, Lewis descriverà, con dovizia di particolari, un simile rifugio da scrittore che Polly Plummer crea nell’attico di casa sua:
Polly aveva scoperto tanto tempo prima che, aprendo una certa porticina nella mansarda di casa sua si sarebbe trovata una cisterna dietro cui c’era un posto oscuro cui si accedeva con una certa difficoltà. Quello spazio buio era come un lungo tunnel tra un muro di mattoni e un tetto spiovente. Sul tetto c’erano piccoli punti luce, ma niente pavimento, tappezzato con plastica qua e là, tanto da rischiare di cadere al piano di sotto. Polly aveva usato quel tunnel proprio come il covo di un contrabbandiere. Aveva portato pezzi di cartoni, sedie da cucina rotte e cose di questo genere, e le aveva disposte a terra per creare un po’ di pavimento. Qui teneva un salvadanaio contenente i vari tesori, una storia che lei stava scrivendo e di solito alcune mele. Spesso beveva una buona bottiglia di ginger-beer: e le vecchie bottiglie la fecero sembrare ancor più la caverna di un contrabbandiere.[3]
In questo periodo, Lewis scrive una storia interamente illustrata a proposito della sua immaginaria Animalandia, completa di mappe, percorsi, mezzi di trasporto e tanti personaggi. Egli stesso afferma che, da sei a otto anni di età, vive quasi completamente in un suo mondo immaginario e che questa esperienza “immaginativa” lo plasma più delle esperienze concrete che ha fatte fino ad allora. Anni dopo, Lewis spiegherà che Animalandia non ha molto in comune con Narnia, se non per la presenza di animali antropomorfici. Animalandia non ha traccia di “meraviglia”, non è un mondo attraversato dal fascino della magia, mentre Narnia ne è piena.[4] Anche se Animalandia è un mondo immaginario, esso non è davvero “immaginativo” secondo la concezione di Lewis.