Il Principe Caspian... il Film

Il Principe Caspian fu pubblicato nel 1951, secondo dei sette volumi di Le Cronache di Narnia, ma quarto rispetto alla sequenza cronologica degli eventi. Nel 2008, Andrew Adamson ne ha diretto il film dal titolo Le cronache di Narnia: il Principe Caspian.

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“E così il grande Pescatore giocò il Suo pesce, ma non mi era mai passato per la testa che l’amo fosse nella mia lingua” (Sorpreso dalla gioia, p.154)
Quando ha ancora sette anni, avviene uno dei primi cambiamenti significativi della sua infanzia. È il 1905 e la sua famiglia trasloca in una grande casa di campagna, chiamata Leeborough o semplicemente Little Lea, a Strandtown nella periferia di Belfast. La nuova casa non è perfetta, ma pur presentando qualche problema di ordine tecnico, essa non costituisce un dramma per un bambino che può godere di lunghi corridoi, mansarde da esplorare e, soprattutto, stanze piene di libri di ogni genere di cui il piccolo Jack si serve liberamente.
Un altro considerevole cambiamento avviene quando il caro fratello Warnie deve partire per andare a studiare lontano da casa, in Inghilterra. Questo lascia Jack in una solitudine crescente che lo porta a sfruttare il tempo per leggere di tutto. Comincia anche a scrivere, cosa che egli dice di fare per compensare una sua certa incapacità di fare lavoretti pratici con le mani. È nato infatti con una piccola malformazione alle dita: egli ha solo una falange ai pollici, e questo gli rende difficile ogni lavoro manuale.[1]
Possiede grande creatività, ma ben presto scopre la sua più spiccata capacità di creare l’immagine di un qualcosa, ad esempio di un castello, descrivendolo nell’ambito di una storia, piuttosto che rappresentandolo con un disegno. Ottiene quindi per se stesso l’uso di uno degli attici della casa e lì pone penne, calamai e tutto il materiale necessario per scrivere.[2] Anni più tardi, in The magician’s nephew, un libro de Le cronache di Narnia, Lewis descriverà, con dovizia di particolari, un simile rifugio da scrittore che Polly Plummer crea nell’attico di casa sua:
Polly aveva scoperto tanto tempo prima che, aprendo una certa porticina nella mansarda di casa sua si sarebbe trovata una cisterna dietro cui c’era un posto oscuro cui si accedeva con una certa difficoltà. Quello spazio buio era come un lungo tunnel tra un muro di mattoni e un tetto spiovente. Sul tetto c’erano piccoli punti luce, ma niente pavimento, tappezzato con plastica qua e là, tanto da rischiare di cadere al piano di sotto. Polly aveva usato quel tunnel proprio come il covo di un contrabbandiere. Aveva portato pezzi di cartoni, sedie da cucina rotte e cose di questo genere, e le aveva disposte a terra per creare un po’ di pavimento. Qui teneva un salvadanaio contenente i vari tesori, una storia che lei stava scrivendo e di solito alcune mele. Spesso beveva una buona bottiglia di ginger-beer: e le vecchie bottiglie la fecero sembrare ancor più la caverna di un contrabbandiere.[3]
In questo periodo, Lewis scrive una storia interamente illustrata a proposito della sua immaginaria Animalandia, completa di mappe, percorsi, mezzi di trasporto e tanti personaggi. Egli stesso afferma che, da sei a otto anni di età, vive quasi completamente in un suo mondo immaginario e che questa esperienza “immaginativa” lo plasma più delle esperienze concrete che ha fatte fino ad allora. Anni dopo, Lewis spiegherà che Animalandia non ha molto in comune con Narnia, se non per la presenza di animali antropomorfici. Animalandia non ha traccia di “meraviglia”, non è un mondo attraversato dal fascino della magia, mentre Narnia ne è piena.[4] Anche se Animalandia è un mondo immaginario, esso non è davvero “immaginativo” secondo la concezione di Lewis.
Proprio in questo periodo, il piccolo Jack, che ancora non ha dieci anni, vive uno dei peggiori momenti della sua esistenza, un momento che ne stravolge la vita. Alla madre, Flora Hamilton, infatti, a lungo segnata da forte stanchezza, crescente inappetenza, costanti emicranie ed inspiegabili dolori addominali, è diagnosticato un cancro. Il 23 agosto del 1908 muore.
Da quel momento la famiglia Lewis non sarà più la stessa. Jack e Warren vivono la separazione dalla loro madre ancor prima che ella muoia. Il processo di questa traumatica separazione, nasce e si intensifica man mano che l’incalzante malattia li tiene sempre più lontani da essa.[5] Così Lewis ricorderà quei tragici momenti:
Per noi ragazzi il nostro lutto era cominciato prima che nostra madre morisse. La perdemmo nello stesso momento in cui veniva sottratta alla nostra vita per essere consegnata alle infermiere e al delirio e alla morfina e la nostra esistenza si trasformava in qualcosa di oscuro e minaccioso, e la casa si riempiva di strani odori e di rumori notturni e di sinistri discorsi pronunciati a bassa voce. La cosa sortì altri due effetti, uno molto cattivo ed uno molto buono. Ci divise tanto da nostro padre quanto da nostra madre. Forse fu colpa nostra. Forse, se fossimo stati migliori, avremmo potuto in quel frangente alleviare le sofferenze di nostro padre. Ma non lo facemmo. I suoi nervi non erano mai stati molto saldi, e le sue reazioni erano sempre state violente. Sotto la spinta dell’angoscia il suo umore si fece sempre più collerico; parlava e si comportava in maniera irosa ed ingiusta. Così, per una particolare crudeltà del destino, durante quei mesi, il pover’uomo, senza saperlo, oltre che la moglie, andava perdendo anche i figli.[6]
Albert Lewis perde suo padre in quello stesso anno e, pochi giorni dopo la morte di sua moglie, riceve anche l’insostenibile notizia del trapasso del suo amato fratello Joseph. Scosso e irrimediabilmente rinchiuso nel suo dolore, Albert si sente incapace di prendersi cura dei suoi figli e così decide di mandare Jack in Inghilterra a Watford, alla Wynyard School, la stessa che Warren già frequenta:
Con la morte di mia madre ogni certezza di felicità, tranquillità e sicurezza scomparvero dalla mia vita. Avrei conosciuto molti divertimenti, molti piaceri, molte trafitture di Gioia; ma l’antica sicurezza era svanita per sempre. Ora mi sentivo come un’isola sperduta nell’oceano; il grande continente era sprofondato come Atlantide.[7]
Lewis rivive nel suo mondo letterario quei terribili momenti scrivendo, quasi col cuore in mano, la storia del giovane Digory Kirke e la sua disperazione per la malattia mortale della madre in The magician’s nephew:
Sulla soglia di casa, la zia accolse una donna che portava dell’uva per la madre di Digory. La zia Letty fece accomodare la signora nell’anticamera, e dal momento che la porta del salotto era aperta, Digory potè ascoltare la conversazione. “Che uva splendida!” disse la zia, “Povera Mabel, speriamo che le faccia bene. Ma credo che solo i frutti della terra della giovinezza potrebbero salvarla, ormai. Sa, non c’è più niente da fare…” Le donne presero a chiacchierare fitto fitto, ma stavolta a bassa voce, così che Digory non potè più comprendere le loro parole. [8]
A soli quarantasei anni Flora lascia una famiglia allo sbaraglio. Quel lutto divide dunque Jack e Warren tanto dalla madre quanto dal padre: i ragazzi sperimentano sulla loro pelle l’effetto paralizzante ed alienante che ha il dolore e il terrore dei grandi sui bambini.[9]