Il Principe Caspian... il Film

Il Principe Caspian fu pubblicato nel 1951, secondo dei sette volumi di Le Cronache di Narnia, ma quarto rispetto alla sequenza cronologica degli eventi. Nel 2008, Andrew Adamson ne ha diretto il film dal titolo Le cronache di Narnia: il Principe Caspian.

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“E così il grande Pescatore giocò il Suo pesce, ma non mi era mai passato per la testa che l’amo fosse nella mia lingua” (Sorpreso dalla gioia, p.154)

Lewis descrive una sera d’ottobre del 1915 che lo colpisce molto fortemente: egli è alla stazione ferroviaria aspettando il suo treno quando, passando da un’edicola, compra un libro di George MacDonald[1], un romanzo dal titolo Phantastes[2]. Comincia a leggerlo già sul treno ed è conquistato da ciò che trova nei viaggi del protagonista, Anodos. Qualcosa cui è ancora incapace di dare un nome, ma che successivamente definirà col termine “santità”.[3] Trova, ancora una volta, il sentimento della “gioia” e, in quel libro, esso sembra addirittura incarnato nella storia stessa. È la prima volta in cui gli sembra che la “gioia” venga fuori da quelle pagine per restare con lui nel mondo reale. Lewis descriverà quell’esperienza come direttamente correlata al suo particolare uso del mito per comunicare le grandi verità della fede:

Nel profondo delle mie vergogne, nell’allora invincibile ignoranza del mio intelletto, tutto ciò mi veniva dato senza che lo avessi chiesto, persino senza il mio consenso. Quella sera la mia immaginazione ricevette, in un certo senso il battesimo; per il resto di me, e non senza ragione, ci volle di più. Non avevo la più pallida idea in che cosa mi fossi addentrato comprando Phantastes.[4]
Lewis comprende dunque che quello che egli chiama “il battesimo della sua immaginazione” è un punto decisivo in ordine al suo cammino di conversione al cristianesimo e che ci sono davvero molte cose che possono essere meglio comprese con l’immaginazione e col cuore, piuttosto che con un’articolata spiegazione intellettuale. George MacDonald sostiene la stessa idea e “il battesimo dell’immaginazione” dei lettori è esattamente ciò che egli cerca di ottenere con i suoi scritti. Sebbene educato nell’ambiente della Scozia calvinista, con un’immagine di Dio piuttosto severa, MacDonald vede Dio come un amorevole e dolce padre, in qualche modo, proprio come è stato suo padre stesso; ed egli vuole comunicare questo Dio agli altri partendo dall’idea, per lui chiarissima, che “se la gente sapesse chi è Dio realmente, essi crederebbero in Lui”.[5] MacDonald vuole umanizzare la rigida immagine calvinista di Dio.
Rolland Hein collega direttamente le opere letterarie di quello che Lewis chiama suo maestro con l’intento di comunicare la fede attraverso il mito:
MacDonald sentì presto la chiamata a diventare profeta per la società del suo tempo. Il suo più poderoso dono letterario era finalizzato a percepire e comunicare le realtà di Cristo attraverso il mito. Egli si oppose al predominante clima religioso penetrandolo con le sue opere di immaginazione che vibrano di energie mitiche. È proprio questa componente mitica che fa continuare a vivere le sue storie ed i suoi racconti ancora oggi.[6]
George MacDonald crede che l’immaginazione dell’uomo sia il riflesso dell’infinita potenza creativa di Dio su scala umana. Egli scrive: “La nostra immaginazione è fatta per rispecchiare la verità e quando siamo veri, non rispecchiamo niente altro che la verità”.[7] Non c’è dunque da meravigliarsi se Lewis risponde così vigorosamente alla lettura di questo lavoro, nonostante il suo “razionale ateismo”, e se vede in seguito gli scritti di MacDonald come parte fondamentale di ciò che porterà alla sua definitiva conversione al cristianesimo.
MacDonald sentì presto la chiamata a diventare profeta per la società del suo tempo. Il suo più poderoso dono letterario era finalizzato a percepire e comunicare le realtà di Cristo attraverso il mito. Egli si oppose al predominante clima religioso penetrandolo con le sue opere di immaginazione che vibrano di energie mitiche. È proprio questa componente mitica che fa continuare a vivere le sue storie ed i suoi racconti ancora oggi.[6]
Sono grandemente sorpreso di sentire che tu pensi la stessa cosa che me a proposito di Phantastes. Sebbene si cominci ad apprezzare il libro nel capitolo undicesimo, devi aver tralasciato quella che ritenevo essere la parte migliore e cioè la scena della foresta ed il palazzo delle fate (o forse questo viene dopo il capitolo undici?) […] Spero che a questo punto avrai comprato “Sir Gibbie” (di George MacDonald, 1879) e potrai darmi consigli su di esso. […] Non è curioso il modo come alcune combinazioni di parole possano darti, quasi a prescindere dal loro significato, un brivido come fosse musica? È perché so che tu puoi sentire questa magia delle parole in quanto parole che non desisto dall’insegnarti ad apprezzare la poesia: o piuttosto ad apprezzare tutta la buona poesia, come del resto adesso un po’ ne apprezzi.[9]
La corrispondenza tra Arthur e Jack verte, per la gran parte, sul loro comune apprezzamento per libri, musica, pittura e visioni romantiche della natura. Intanto, mentre i due amici irlandesi parlano di poesia, nel mondo esterno, grandi mutamenti stanno sconvolgendo l’Europa.
[1] George MacDonald (1824–1905), scrittore, poeta e pastore cristiano scozzese. Le sue opere, particolarmente le fiabe ed i romanzi fantasy, influenzarono, oltre che C. S. Lewis, anche autori di grosso calibro come W. H. Auden, J. R. R. Tolkien, Madeleine L’Engle, G. K. Chesterton e Mark Twain.
Anche per quanto riguarda la scoperta di un autore come MacDonald, la sua corrispondenza con Arthur Greeves rivela moltissimo del suo cammino e delle sue esperienze. Warnie Lewis è nell’esercito, di servizio in Francia, e così Arthur diventa il compagno più vicino a Jack, per condividere con lui i suoi interessi letterari e l’apprezzamento per la natura.[8] Tali interessi comuni sono espressi da molte delle sue lettere all’amico Arthur e di seguito riporto quella del 21 Marzo 1916: